LA CAPINERA DEL PARCO

Tutto iniziò una giornata assolata di metà ottobre.


Come ogni mattina, me ne stavo rannicchiata nel mio piccolo nido, tra le foglie verde-argentee dell’ulivo nel quale vivevo ormai da anni.

Fui destata nel sonno da un rumore fragoroso, molto fastidioso, che non avevo mai sentito prima.

Non capivo proprio cosa fosse.

Qui nel parco, infatti, l’alba normalmente si riempie di dolci canti di uccelli (uguali o simili a me), di fruscii di foglie smosse dal vento, di brusii di insetti, come api, coccinelle o libellule.

Ma mai si era sentito uno stridolio metallico come quello che in quel momento stava letteralmente deturpando quel paradiso naturale!

Preoccupata di ciò che stava succedendo, mi alzai in volo, ancora un po’ assonnata, e mi librai alta nel cielo, che si stava pian piano schiarendo e risvegliando dalla notte.

Sbattei con vigore le grigie piume delle ali per togliermi di dosso la rugiada notturna e cominciai a scrutare in giro, guardando giù in basso, oltre il mio piccolo becco, per scoprire la provenienza di quel fragore.

Quando li vidi, impallidii e il cuore quasi mi si fermò.

“No, non può essere vero, non è realtà ciò che i miei occhi stanno vedendo laggiù, in fondo al parco!”


Una processione di camion, ruspe ed scavatori cingolati con benne appuntite come i denti di un leone feroce, stavano scendendo lungo la strada e lentamente occupavano una parte del bellissimo prato.

Determinata di capire bene cosa stesse succedendo, virai senza esitazione verso l’imbocco del parco, al termine della strada, dove nel frattempo tutti quegli orribili macchinari ferrosi avevano già preso ciascuno il suo posto.

Mi appollaiai sul ramo di un vecchio ulivo lì accanto per osservare la scena più da vicino, senza essere notata.

Il cingolato si era messo in movimento e il suo grande braccio meccanico aveva già masticato un paio di bocconi di terra ed erba.

Al suo fianco si muoveva avanti e indietro una grossa ruspa gialla, con ruote enormi che mi avrebbero stritolato se mi fossero passate sopra!

Una fila interminabile di camion andavano e venivano: le benne enormi degli escavatori riempivano velocemente i loro grandi cassoni con terra e ghiaia, senza tregua.

Ben presto si fece largo un grosso buco nel campo, dove poco prima ci stava un bel prato verde coperto da tante foglie colorate.


Quel pensiero mi ricordò che era già autunno inoltrato e che era ora di pensare all’inverno, che molto presto sarebbe arrivato.

Un brivido di paura mi percorse la schiena, scuotendo le mie soffici piume.

“Chissà dove sarò quest’inverno!” pensai impaurita e preoccupata.

“Ho la brutta sensazione che queste macchine cattive continueranno a scavare finché non avranno sradicato tutti gli alberi e gli ulivi di questo meraviglioso parco! E con loro spazzeranno via anche il mio bellissimo nido! Che ne sarà di me?”

Con la morte nel cuore e le lacrime agli occhi, volai via, in cerca di cibo.


I giorni passarono e pian piano i rumori terribili provenienti dal cantiere si fecero sempre più diradati, finché una fredda mattina d’inverno mi risvegliai, coperta di soffice neve bianca.

Tutt’intorno, un profondo silenzio.

E in quell’istante mi resi conto, per la prima volta, che ero ancora dentro al mio amato nido!

Le brutte macchine escavatrici dai lunghi artigli di ferro non avevano raso al suolo lo splendido parco come avevo inizialmente tanto temuto!

Ero stata così presa a preparare il mio nido in vista del freddo inverno, che mi ero completamente dimenticata dei lavori che avanzavano, laggiù, in fondo al parco.

Con il cuore colmo di gioia per avere ancora il mio nido, sano e salvo, volai verso il cantiere e mi appollaiai sullo stesso ramo di qualche mese prima.

Con grande stupore vidi che i lavori erano andati parecchio avanti e che al posto del grande scavo, erano ora cresciuti due grandi edifici che stavano pian piano salendo timidamente verso il cielo.


In quel momento non c’era nessuno che lavorava, quindi mi feci coraggio e decisi di dare una sbirciatina un po’ più da vicino.

Planai silenziosa sopra al cantiere, virando prima a destra, poi a sinistra, finché puntai verso il basso e atterrai proprio al centro del cantiere, sopra una lastra di cemento bianco.

Presa dalla curiosità e dallo stupore per lo spettacolo che mi si era presentato davanti, non mi ero accorta che qualcuno mi stava osservando in silenzio, nascosto dietro ad un pilastro.

Ero in estasi: tutt’attorno mi abbracciavano grandi archi sinuosi, bellissimi sottotetti travati in legno, poggioli da cui si godeva la visuale sul parco, grandi camini e spazi dedicati al verde!

Ero talmente affascinata da quella struttura delicata che mi circondava, che davvero non lo vidi, non percepii proprio la sua presenza dietro di me.

In quel momento ero solo meravigliata da tanta bellezza!


Volai da un arco all’altro, leggiadra e libera, col sorriso in faccia.

“Chissà quanti bellissimi nidi potranno costruire le rondini sotto queste calde travi in legno!

E chissà quante altre specie di uccelli ed insetti potranno trasferirsi in questi piccoli giardini, un giorno che il cantiere sarà terminato!” pensai allegramente, per la prima volta fiduciosa che quella nuova costruzione creata dall’uomo avrebbe fatto nascere un nuovo piccolo paradiso.


Fu così che il giorno successivo tornai al cantiere per studiarlo un po’ più attentamente.

Planai dolcemente sulla lastra di cemento bianco del giorno prima e saltellai felicemente verso uno degli appartamenti.

Quando giunsi davanti all’ingresso, rimasi stupefatta, letteralmente sbalordita!

Non credevo ai miei occhi!

Davanti a me luccicava una bassa ciotola con dentro tantissimi semini e bacche blu di Hedera!

“Chiunque sia, deve conoscere molto bene i miei gusti!

Queste bacche e questi semi sono proprio i miei preferiti!

Ma chi può essere stato?” pensai.

Affamata come non mai, non attesi però la risposta e cominciai a divorare tutto quel ben di Dio!

E così, giorno dopo giorno, presi l’abitudine di andare nel cantiere per vedere il proseguo dei lavori e puntualmente trovavo sempre qualcosa di buono da mangiare.


Ben presto, però, la neve si sciolse e il cantiere cominciò a ripopolarsi di uomini con il caschetto in testa e la borsa degli attrezzi legata in vita.

E fu così che, per timore di avere uno spiacevole incontro ravvicinato con gli Uomini, smisi di andare in cantiere.

...

O meglio, non ci andai più durante il giorno ma presi l’abitudine di svolazzare lì nei paraggi a fine giornata, verso il tardo pomeriggio, quando gli operai si toglievano l’elmetto dalla testa e chiudevano a chiave le baracche.

Aspettavo silenziosa appollaiata sul solito ramo di ulivo, riparata dalle foglie verdi argentee, paziente: attendevo che i macchinari smettessero di chiacchierare e fischiare, che i fari si spegnessero uno ad uno e che anche l’ultimo muratore se ne fosse andato.

Solo a quel punto, libera e spensierata, saltavo giù dal ramo e volavo sicura verso il cantiere, perlustrando e scoprendo i nuovi progressi dei lavori.

A quell’ora tutto prendeva una forma diversa, una luce magica: i rumori stridenti dei trapani e delle smerigliatrici lasciavano posto alla sinfonia dolce della brezza primaverile, le grida concitate e roche dei muratori erano sostituite dal canto rilassante dei grilli e delle cicale, la luce accecante del giorno si smorzava nei tiepidi raggi rossastri del tramonto.

E quel luogo, di giorno così confusionario, frenetico e rumoroso, di sera si trasformava in un posto incantato, silenzioso ed accogliente!


Fino a quando non successe l’imprevedibile...

Quella sera percepivo qualcosa di diverso nell’aria ma non capivo bene cosa fosse: planavo alta nel cielo del tramonto come sempre, guardando giù in basso, ma non avevo scorto nessun elemento particolare che potesse destare sospetto.

Ok, è vero che il cantiere era al suo termine (avevo sentito qualche giorno prima un operaio che ne parlava con un passante curioso; e avevo anche visto il cartello con la scritta “Vendesi appartamenti”), ma non avrei mai immaginato di fare quella scoperta, assolutamente!

Atterrai, come ormai di consueto, in mezzo al cantiere e non ebbi nemmeno il tempo per alzare il becco e guardarmi in giro che fui abbagliata da infiniti luccichii e colori.

Non potevo credere ai miei occhi!

Gli appartamenti brillavano di pittura fresca di un bellissimo colore tenue, ravvivato tutt’attorno dal verde dell’erba dei piccoli giardini e dai fiori colorati che i giardinieri avevano appena piantato.

Ma la cosa più strabiliante che mi lasciò completamente senza fiato era lo spettacolo che mi trovai davanti: il più bel regalo che potessi mai ricevere!

I giardini erano stati saggiamente abbelliti da piante da frutto ed ulivi. E in ogni ramo di questi alberi pendevano tantissime lanternine luccicanti e svariate, piccole casette di legno per noi uccelli, di forme e grandezze diverse!


Quello che prima era un cantiere che appariva mostruoso e spaventoso, si era ora trasformato in un meraviglioso paradiso per tante specie diverse di volatili!

Gli alberi sembravano adornati a festa!

Le tenue luci colorate delle lanterne in carta da riso illuminavano le casette di legno sparse qua e là tra le foglie verdi, come palline di Natale!

Tutti i rami erano illuminati da tanti colori e luccichii: sembrava di essere ad una festa!

Una meraviglia!

Ed ero così strabiliata che anche questa volta non lo sentii arrivare.


Fu la sua voce, dolce e gentile, a destarmi da quello stupore:

“Ti ho amato fin dalla prima volta che ti ho visto entrare in cantiere, indifesa ma bellissima. E ho pensato che ti avrebbe fatto piacere avere un posto più sicuro dove stare anche durante l’inverno.

Purtroppo gli uccelli canori come te stanno diminuendo a causa dell’uomo, così ho pensato che sarebbe stato bello poter permettere a voi uccellini di fare nuovi nidi anche in città!

Pensando a te e alle tue bellissime piume, ho voluto rendere questi cortili un rifugio sicuro per tutti gli uccelli, un luogo dove possano cantare, nidificare e accudire i loro pulcini.

Spero tanto che ti piaccia e soprattutto che, a prescindere dalla scelta che farai, verrai comunque ancora qui, a trovarmi. Per te non mancheranno mai acqua e bacche, te lo prometto.”

Curiosa di conoscere il mio benefattore che per tutto questo tempo mi aveva preparato ogni giorno tante cose buone da mangiare e aveva creato questo paradiso meraviglioso per me, lentamente mi girai e conobbi un ragazzo bruno, slanciato e ben vestito, con due grandi occhi scuri, dolci e buoni.

Per la prima volta non ebbi paura dell’Uomo.

Un timido sorriso comparì sul suo viso e molto lentamente mi tese la sua mano.

D’istinto gli volai incontro e posai le mie zampette sul palmo della sua mano: sentivo che di lui mi potevo fidare.

Con molta delicatezza mi accarezzò e io, guardandolo, cominciai a cinguettare allegramente.


Iniziò così una profonda amicizia: quella tra un giovane uomo e una piccola capinera.

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